Trapianti, Ivan il primo bambino trapiantato di cuore in Italia

Pubblicato nel 2016 sul Settimanale “Vero”

Ivan di Fratta sembra un giovane qualunque: un lavoro, una casa, una compagna, (da poco anche una bellissima bambina ndr), la passione per la tecnologia. Se non fosse che il suo nome è scritto negli annuari mondiali di cardiochirurgia: è stato il primo bambino al mondo ad aver subito un doppio trapianto di cuore. E il primo bimbo italiano nel cui corpo ha battuto il cuore di un donatore.

Era il febbraio del 1986, più di trent’ anni fa, quando all’ospedale “Bambin Gesù” di Roma si tentava, per la prima volta in Italia, il trapianto di cuore su un bambino di appena quattordici mesi. “Pesava 10 chili”, ricorda Francesco Parisi, direttore dell’Unità di chirurgia toracica del Bambino Gesù che fece parte dell’ equipe guidata dal professor Marcelletti che operò Ivan.  “Da allora abbiamo fatto 231 trapianti di cuore”. I passi avanti compiuti in trenta anni sono stati enormi, commenta, “si è passati da una sopravvivenza del 65% a 5 anni dall’intervento, a una sopravvivenza del 90%

 

Ivan era nato sano poi, appena compiuto un anno, aveva cominciato a sentirsi male. Cardiomiopatia dilatativa, insufficienza cardiaca irreversibile: così avevano sentenziato i medici, poi avvenne il miracolo di un cuore nuovo. Il cuore che  la prima volta ha ridato la vita ad Ivan arrivava dall’Austria, era di una bambina.  Sei anni dopo, nel ’92, è tutto più difficile. Ivan inizia ad accusare malori, fastidi, attacchi di tachicardia. Lui, che era sempre stato un bambino vivace, pieno di vita, improvvisamente aveva smesso di mangiare, respirava male, non aveva più neanche la forza per giocare nel cortile di casa sua. Anche in questo caso i medici erano stati chiari: la speranza, era soltanto quella di trovare un nuovo donatore. Una speranza che questa volta si chiama Ervin, un bambino di Trento morto per un’emorragia cerebrale quando aveva appena dieci anni. Ed eccolo qui, a distanza di più di trent’ anni, l’ uomo con tre cuori. Ci racconta come sta in una bella mattina sul pontile di Ostia, dove vive.

“Sono nato in quell’ ospedale lì.” Indica “dalle finestre si vede il mare.” Ospedali, luoghi in cui ha passato tanta parta della sua vita, è stato condizionante? “Ho sempre cercato di fare una vita normale, di non lasciarmi condizionare. Da sempre e ancora oggi devo fare controlli periodici, è una routine, anzi, dopo trent’ anni, ci sono volte che non avrei proprio voglia di andarci..pero’ mi tocca.”

Ci pensi che dentro di te batte il cuore di un altro?

“Non penso mai a quello che mi differenzia dagli altri. Io sono un tipo che guarda sempre avanti, vivo il momento, quando è passato lo resetto. Preferisco non pensare a tutto quello che ho passato e guardare sempre avanti.”

E cosa vedi davanti a te?

“Intanto sono felice della mia vita, sono contento degli obbiettivi che ho raggiunto: il mio lavoro, la mia compagna, con cui ci amiamo da dieci anni, la nostra casa. Per noi trapiantati, trovare lavoro è un po’ più difficile, perché possiamo fare solo lavori sedentari, e in un momento com’è questo non è facile per nessuno. Quindi già questo mi rende orgoglioso. Insomma, faccio una vita normalissima. È quello che ho sempre voluto.”

Hai rapporti con i famigliari dei tuoi donatori?

Con la famiglia della bambina che ha donato il cuore del primo trapianto no. Quando ero molto piccolo però, abbiamo conosciuto il nonno.

E con la famiglia del secondo donatore?

Si. Si è creato un rapporto di amicizia con la mamma, Rita. E’ quasi una seconda mamma per me, e lei mi tratta come un figlio. Io sono andato a casa loro, e ho dormito nella stanza che era di loro figlio. E’ stato un rapporto nato in modo naturale: non c’ è mai stato bisogno di parole. Io non ho mai dovuto dire ‘grazie’, anche se il sentimento di gratitudine lo provo, e lei non mi ha mai detto: ‘tu hai il cuore di mio figlio.’

Claudio, morte di un angelo

BIMBOTEVEREBIMBOTEVEREPubblicato su “Visto”

“Era lucido e determinato, di questo sono sicura. Quel mostro è piombato qui con un fine ben preciso, voleva fare quello che ha fatto, aveva il suo piano ed è riuscito a realizzarlo. Non dite che è matto, non è stato un raptus, è stata una violenza calcolata. Povera creaturella mia, quanto freddo avrà sentito e quanto ne sente ancora, lì nel fiume.” Rita Maccarelli, 59 anni, non ce la fa a pensare a suo nipote Claudio, 16 mesi, senza commuoversi. Claudio è il bimbo che all’ alba del 4 febbraio, mentre Roma si risvegliava dopo piu’ di vent’ anni sotto un candido manto di neve è stato ucciso, buttato nel fiume Tevere dal padre, Fabrizio Franceschelli, ora in prigione, che ha scelto il piu’ feroce dei modi per punire la compagna Claudia, rea di volerlo lasciare. “Lei lo voleva lasciare e lui era furioso.” spiega Rita, madre di Claudia, ” Aveva scritto un biglietto: ‘ con Claudia e Claudio fino alla fine del mondo’ e adesso, purtroppo, sappiamo cosa voleva dire. Mia figlia voleva andare via perché lui era un violento, la terrorizzava, le faceva vivere una vita d’ inferno. Però era anche un grande attore, con me si dimostrava sempre gentile e premuroso. Ci eravamo cascati tutti. Quando c’erano dei problemi io spingevo Claudia ad essere conciliante, pensavo che fosse lei a lamentarsi troppo, che stupida! Se avessi anche solo immaginato, non avrei mai permesso a lei e al bambino di rimanere in quella casa.” Cosa ricorda del giorno della tragedia? “Tutto è cominciato il giorno prima, alle 11 di mattina. Fabrizio mi porta Claudia a casa: era in uno stato terribile, mi sono spaventata a vederla. Lei non riusciva a parlare, lui mi abbracciava, con le lacrime agli occhi mi diceva ‘che ha fatto Claudia, che ha fatto?’ mi ha fatto credere che mia figlia aveva tentato il suicidio. Io l’ ho portata al Pronto Soccorso: l’ hanno subito ricoverata in psichiatria, sulla cartella era scritto ‘stato delirante’. Così l’ aveva ridotta lui.” Cos’ era successo? “Lo abbiamo scoperto quando gli psichiatri sono riusciti a far parlare un po’ Claudia: ha raccontato che lui l’ aveva picchiata, la voleva buttare di sotto, l’ aveva ferita con un coltello. Claudia è arrivata da me sotto choc e lui, per coprire quello che aveva fatto, mi fece capire che lei aveva compiuto atti di autolesionismo e aveva tentato il suicidio. Era convincente, purtroppo.” Dopo questa furibonda lite e il ricovero di Claudia cos’ è successo? “La mattina dopo, stavamo ancora dormendo, ho sentito suonare al citofono: era lui. Ho aperto, è entrato e mi ha detto: ‘voglio vedere mio figlio’. Il piccolo era nel lettone, dormiva tra me e mia figlia, incinta al nono mese. Poi, com’ era venuto, se n’è andato. Io ho chiuso la porta e ho guardato l’ orologio. E mi sono resa conto che erano le cinque di mattina, di un giorno in cui aveva nevicato a Roma, come non faceva da quasi trent’ anni. Era strano: era qui a quest’ ora, si era fatto 4 km a piedi da casa sua per arrivare, nella neve, mi sono inquietata anche perché il cane guaiva davanti alla porta, come se ci fosse ancora lui li’ dietro e infatti, poco dopo, ha suonato di nuovo. E’ entrato, si è diretto verso il letto e ha preso Claudio: voleva portarlo via. La mia prima preoccupazione era ‘ma dove lo porta?’, gli ho detto: ‘ Aspetta, preparo il biberon, a te ti faccio il cappuccino, poi vestiamo il bambino che fuori fa freddo”, lui non mi ascoltava, puntava verso la porta e io e mia figlia facevamo scudo nella speranza di impedirgli di uscire. Io tiravo il bimbo, lui lo tirava dall’ altra parte, Claudio piangeva. Poi, per liberarsi, mi ha rotto un dito ed è riuscito ad arrivare alla porta. Nell’ androne ha lasciato per un attimo il bambino, gettandolo sulla neve. Lui, povera creatura, era sempre in pigiama, io, da nonna, pensavo ‘chissà che freddo che ha, così si ammala..’, non avrei mai potuto immaginare che cosa quel mostro aveva intenzione di fare. Speravo che arrivasse qualcuno per aiutarmi a fermarlo, anche se mi aveva strappato dalle mani il cellulare mentre chiamavo aiuto.” Eppure qualcuno è arrivato “Sì, due vicine. Eravamo tutte donne, in ciabatte e pantofole, scivolavamo sulla neve. Lui, invece, aveva gli scarponi. Ad un certo punto mia figlia gli ha detto, ‘mi si sono rotte le acque, dallo a me il bambino, ti prego.’ Era un falso allarme ma lui non si è fermato nemmeno davanti a quello.” Poi? ” Ha fatto altri quattrocento metri e davanti al carcere di ‘Regina Coeli’ ha incrociato un agente della penitenziaria che stava iniziando il suo turno, è stato lui a raccontarci il resto: quando ha visto quel mostro, con un bambino così piccolo in pigiama all’ alba, in mezzo alla neve, ha provato a fermarlo ma lui gli ha urlato: ‘ sono il padre!’, e la guardia gli ha risposto: ‘si ma fa freddo, coprilo. Sali un momento in auto.’ E’ salito, poi è ridisceso e si è diretto verso ponte Mazzini, ha appoggiato il bimbo sul parapetto e lo ha spinto giu’. La guardia è ancora in stato di choc” I ricordi di nonna Rita pesano come un macigno ma riesce a dare questa testimonianza perché lei, dopo quello che è successo, non ha ancora smesso di avere paura. Franceschelli è in prigione ma ci vorrà ancora tempo per una sentenza. La signora Rita, assistita dagli avvocati Biasciucci e Paolini, spera che sia fatta giustizia anche per liberarsi dal terrore in cui vive. “Ora quel mostro è in prigione, il mio bimbo è ancora a prendere freddo nel fiume perché il suo corpicino non è stato mai recuperato, mia figlia è sotto sedativi e chissà quanto ci resterà ancora e io ho paura. Penso: ‘e se esce e vuole finire il lavoro che ha iniziato?’, ho paura per Claudia.” La morte atroce del piccolo Claudio, ha sconvolto non solo i famigliari ma anche tanta gente comune, che ha voluto stringersi a questa famiglia. Qui, nel cuore della vecchia Roma, si vive ancora una dimensione di paese: i pochi residenti si conoscono tutti e oggi, su quel ponte maledetto ci sono tanti bigliettini, fiori e giocattoli, tutti per lui, per questo innocente dai bellissimi occhi azzurri ucciso per mano di chi lo ha generato “Ci sono state vicino le persone comuni, abbiamo ricevuto messaggi firmati ‘la nonna di Borgo, ‘la ‘nonna di Trastevere’, gente del Rione ma anche persone da tutta Italia. Quando passo su quel ponte, sto male, ma tutta questa solidarietà mi rincuora, mi fa sentire meno sola. Dal Comune, invece, niente, nemmeno le condoglianze. Tra tutti comunque, il messaggio che mi ha piu’ emozionato é una poesia bellissima intitolata ‘l’angioletto di Ponte Mazzini’ che ho stampato e incorniciato.” racconta Rita, visibilmente commossa, “Claudio era intelligente e buono, amava tanto i cani e gatti, appena sveglio voleva vedere ‘la Pimpa’. Sorrideva sempre ed era bellissimo, con i suoi grandi occhi azzurri spalancati sul mondo. Era proprio un angioletto, come quello della poesia che gli hanno dedicato: ‘l’ angioletto di Ponte Mazzini.”