Giusy Versace: Alex Zanardi è un guerriero

Settimanale “Oggi”

“Con Alex siamo amici, lo conosco da tanto tempo, abbiamo condiviso tante iniziative. Ho seguito tutti i passaggi dal momento del suo incidente. Io ho molta fede, come lui, e prego e spero per lui, visto che non posso fare altro e visto che il suo percorso sarà ancora molto lungo. E in questo momento rivolgo un pensiero soprattutto a sua moglie, questa donna straordinaria che si ritrova per la seconda volta  a gestire una situazione drammatica”.

Giusy Versace, come tutta Italia, è in ansia per le sorti del grande Alex Zanardi, ma l’amica e collega di tante battaglie, lo conosce più di molti altri e giura che nella sua lotta per la vita Alex ha da giocare una carta in più. Un approccio alle sfide più difficili che li accomuna.

“Alex è un atleta e questo vuol dire che ha la testa dell’atleta, quella che ti abitua a pensare che nessuna sfida sia impossibile da vincere. Lui è ‘l’uomo dei 5 secondi’, mi ha sempre detto: ‘quando sai di aver dato davvero tutto, devi resistere altri 5 secondi in più’. E’ in questo modo che affronta la vita e possiamo essere sicuri che ora sta combattendo al 101% delle sue possibilità”.

La ‘testa dell’atleta’ è quella che ha permesso a lei e ad Alex di vincere sfide apparentemente impossibili?

“L’approccio dell’atleta, in ogni contesto, ti dà una marcia in più perché sei concentrato a fare una cosa: superare i tuoi limiti. Alex Zanardi simboleggia questo, perciò la gente lo ama. Le sue vittorie, il suo modo di vivere, sono stati fondamentali anche per cambiare la visione della disabilità da parte dei non disabili. Prima eravamo visti solo come persone da compatire, oggi la visione è cambiata, anche e soprattutto grazie a persone come lui. Anche i media, ormai, quando vinciamo le nostre sfide ci raccontano quasi come dei supereroi.”

Lei è effettivamente diventata una supereroina (di carta) per spiegare la disabilità ai bambini.

“Si, io sono diventata Wonder Giusy, in una storia che ho scritto prendendo spunto da un fatto che mi è accaduto davvero. Un pomeriggio, mentre mi allenavo, a bordo pista c’erano due ragazzini, uno dei due dava di gomito all’altro e diceva: ‘guarda, lei è una campionessa, l’ho vista in tv’ e l’altro, ‘ma come fa a essere una campionessa con quelle gambe? Avrà il telecomando nelle gambe per correre più veloce!’, A un certo punto è arrivato il papà che gli ha confermato che sì, io ero ‘la campionessa’, ‘quella della tv’, e il primo bambino tutto orgoglioso ha detto: ‘Te l’avevo detto, lei è super, è wonder Giusy!’. Così, è nato il personaggio e la storia, rivolta ai bambini che parla di bambini e inclusione, perché è da loro che bisogna iniziare.”

Esistenze come quella di Zanardi o la sua, diventano preziose per tante persone. Sente la responsabilità di essere un punto di riferimento per tanti che non hanno una vita facile?

“L’ho capito non subito. Quando i media hanno iniziato a occuparsi di me per le mie vittorie e a raccontare chi ero, dando anche un po’ di sfumature di gossip alla mia storia, la cosa mi infastidiva. Poi è successo che a un certo punto la gente ha iniziato a fermarmi per strada per ringraziarmi, o a scrivermi sui social, o anche a condividere frasi del mio libro sui loro profili. Mi hanno invitato a parlare nelle scuole, in incontri pubblici, e tutto questo mi ha emozionato e ho capito  in un certo senso cosa significhi poter dire delle cose anche per chi non può, e quanto le persone mi seguano.”

E quali messaggi lancia dai suoi social?

 “Io ho scelto di cercare di parlare sempre di positività, di sottolineare il bello della vita, anche nelle difficoltà. Anch’io sono un essere umano, anch’io ho le mie giornate nere, ma tengo questi momenti per me perché penso che abbiamo invece bisogno di positività. Soprattutto ora, dopo i mesi difficili che abbiamo vissuto tutti, penso sia importante concentrarci sul ritrovare fiducia, darsi una mano gli uni con gli altri, restare uniti. Serve che torni a circolare energia positiva, dobbiamo allenarci a vedere il bene e il grande dono che è la vita, anche se per tutti ci sono i momenti di difficoltà”.

Lei come ha fatto a superare i tuoi?

“Io non mi reputo una persona più forte degli altri. Quando ho avuto l’incidente sono stata fortunata perché intorno a me c’erano persone eccezionali, che hanno creduto in me più di me. Poi, è stata fondamentale la fede. Quando succedono cose così difficili da affrontare nella vita molti reagiscono arrabbiandosi, chiedendosi ‘perché a me?’, è umano. Io anche sono umana, ho visto la paura, la sofferenza negli occhi di mia madre che aveva davanti una figlia il cui futuro era così incerto, senza gambe, senza autonomia. Ma è stata lei a trovare una motivazione e a dirmi: ‘Dio ti a scelta’.  Ho capito cosa voleva dire quando ho fatto un viaggio a Lourdes e la domanda non era più ‘perché a me?’, ma ‘perché non a me?’, io sono una persona come le altre e quello che è capitato a me poteva capitare a chiunque. In quel momento ho acquisito una consapevolezza nuova, mi sono rapportata a quello che mi era successo in modo diverso e ho cercato anche di mettermi a disposizione degli altri.

Lei sta portando avanti delle battaglie per gli altri anche in Parlamento, come giudica la sua esperienza finora?

Prima di affrontare questa sfida ci ho pensato bene, consapevole che, per un personaggio pubblico, candidarsi può voler dire esporsi a critiche ed antipatia, ma ha prevalso la motivazione più grande e cioè provare a dare voce a chi non ce l’ha. Sono entrata in parlamento in punta di piedi (di carbonio!) e mi sono messa a osservare e studiare per capire come avrei potuto dare continuità alle mie battaglie anche lì.

E come è andata?

Ho capito che, poiché c’è tantissimo da fare, bisogna lavorare per singoli obbiettivi: in questo modo si può arrivare a risultati concreti.  Le mie proposte poi hanno avuto appoggio trasversale  e grazie a questo, per esempio, sono riuscita ad ottenere un fondo che rende possibile l’accesso alle protesi di tecnologia avanzata per tutti. E questo vuol dire anche, (ma non solo), che più persone con disabilità potranno fare sport, avere un motivo per uscire di casa, socializzare e migliorare la propria vita.  Così come, anche grazie all’intervento del ministro Spatafora, siamo riusciti ad inserire nel Testo Unico sullo sport una clausola che equipara i diritti degli atleti paralimpici appartenenti ai gruppi sportivi delle forze armate, a quelli dei loro colleghi non disabili, ovvero la possibilità di scegliere, a fine attività agonistica, di rimanere a prestare servizio nel corpo di riferimento. Sembrano piccole misure ma in realtà servono a migliorare la vita di tante persone e anche la visione che gli altri hanno della disabilità. E’ una questione culturale.

Anche un’altra battaglia di cui si occupi da anni, quella contro la violenza sulle donne, ha radici culturali.

Si, è per questo che per estirpare la violenza bisogna lavorare anche sui temi della parità. Quando se ne parla c’è sempre qualcuno che sbuffa, ritenendolo un tema superato, a me invece sembra il tema principale. Quante donne ci sono oggi in posizioni apicali nella nostra società? Quante presidenti del consiglio donna ha avuto l’Italia?

Uno dei simboli della sua battaglia in questo senso è il Wall of Dolls, il Muro delle Bambole, l’installazione voluta da te, da Jo Squillo e da Francesca Carollo, che recentemente è andata a fuoco

Si è stata una bruttissima notizia, perché il Muro delle Bambole è qualcosa di molto forte simbolicamente: ogni bambola su quel muro rappresenta una donna uccisa oppure una donna vittima che si è ribellata, e finché ci saranno donne vittime di violenza ci saranno bambole su quel muro. In quell’occasione abbiamo però anche capito quanto il Wall of Dolls sia ormai sentito proprio dalla cittadinanza. La segnalazione dell’incendio è partita da un negoziante della zona, e in molti si sono preoccupati di quello che stava succedendo: quel muro rappresenta un messaggio importante e la gente lo ha capito benissimo.

Finiamo in leggerezza, come sarà la tua estate?

Credo che quest’estate un po’ tutti riscopriremo le bellezze della nostra Italia. Io di certo tornerò nella mia Calabria, dove mi aspettano le polpette alle melanzane di mamma e tante altre cose meravigliose, belle e buone. Spero che in tanti in quest’estate così particolare vorranno scoprire o riscoprire soprattutto il nostro sud e i suoi tesori.

Trapianti, Ivan il primo bambino trapiantato di cuore in Italia

Pubblicato nel 2016 sul Settimanale “Vero”

Ivan di Fratta sembra un giovane qualunque: un lavoro, una casa, una compagna, (da poco anche una bellissima bambina ndr), la passione per la tecnologia. Se non fosse che il suo nome è scritto negli annuari mondiali di cardiochirurgia: è stato il primo bambino al mondo ad aver subito un doppio trapianto di cuore. E il primo bimbo italiano nel cui corpo ha battuto il cuore di un donatore.

Era il febbraio del 1986, più di trent’ anni fa, quando all’ospedale “Bambin Gesù” di Roma si tentava, per la prima volta in Italia, il trapianto di cuore su un bambino di appena quattordici mesi. “Pesava 10 chili”, ricorda Francesco Parisi, direttore dell’Unità di chirurgia toracica del Bambino Gesù che fece parte dell’ equipe guidata dal professor Marcelletti che operò Ivan.  “Da allora abbiamo fatto 231 trapianti di cuore”. I passi avanti compiuti in trenta anni sono stati enormi, commenta, “si è passati da una sopravvivenza del 65% a 5 anni dall’intervento, a una sopravvivenza del 90%

 

Ivan era nato sano poi, appena compiuto un anno, aveva cominciato a sentirsi male. Cardiomiopatia dilatativa, insufficienza cardiaca irreversibile: così avevano sentenziato i medici, poi avvenne il miracolo di un cuore nuovo. Il cuore che  la prima volta ha ridato la vita ad Ivan arrivava dall’Austria, era di una bambina.  Sei anni dopo, nel ’92, è tutto più difficile. Ivan inizia ad accusare malori, fastidi, attacchi di tachicardia. Lui, che era sempre stato un bambino vivace, pieno di vita, improvvisamente aveva smesso di mangiare, respirava male, non aveva più neanche la forza per giocare nel cortile di casa sua. Anche in questo caso i medici erano stati chiari: la speranza, era soltanto quella di trovare un nuovo donatore. Una speranza che questa volta si chiama Ervin, un bambino di Trento morto per un’emorragia cerebrale quando aveva appena dieci anni. Ed eccolo qui, a distanza di più di trent’ anni, l’ uomo con tre cuori. Ci racconta come sta in una bella mattina sul pontile di Ostia, dove vive.

“Sono nato in quell’ ospedale lì.” Indica “dalle finestre si vede il mare.” Ospedali, luoghi in cui ha passato tanta parta della sua vita, è stato condizionante? “Ho sempre cercato di fare una vita normale, di non lasciarmi condizionare. Da sempre e ancora oggi devo fare controlli periodici, è una routine, anzi, dopo trent’ anni, ci sono volte che non avrei proprio voglia di andarci..pero’ mi tocca.”

Ci pensi che dentro di te batte il cuore di un altro?

“Non penso mai a quello che mi differenzia dagli altri. Io sono un tipo che guarda sempre avanti, vivo il momento, quando è passato lo resetto. Preferisco non pensare a tutto quello che ho passato e guardare sempre avanti.”

E cosa vedi davanti a te?

“Intanto sono felice della mia vita, sono contento degli obbiettivi che ho raggiunto: il mio lavoro, la mia compagna, con cui ci amiamo da dieci anni, la nostra casa. Per noi trapiantati, trovare lavoro è un po’ più difficile, perché possiamo fare solo lavori sedentari, e in un momento com’è questo non è facile per nessuno. Quindi già questo mi rende orgoglioso. Insomma, faccio una vita normalissima. È quello che ho sempre voluto.”

Hai rapporti con i famigliari dei tuoi donatori?

Con la famiglia della bambina che ha donato il cuore del primo trapianto no. Quando ero molto piccolo però, abbiamo conosciuto il nonno.

E con la famiglia del secondo donatore?

Si. Si è creato un rapporto di amicizia con la mamma, Rita. E’ quasi una seconda mamma per me, e lei mi tratta come un figlio. Io sono andato a casa loro, e ho dormito nella stanza che era di loro figlio. E’ stato un rapporto nato in modo naturale: non c’ è mai stato bisogno di parole. Io non ho mai dovuto dire ‘grazie’, anche se il sentimento di gratitudine lo provo, e lei non mi ha mai detto: ‘tu hai il cuore di mio figlio.’

La guardia svizzera chef svela i segreti della tavola dei Papi

Pubblicato su “Diva e donna”

“Ah, le empanadas, che buone!”, così Papa Francesco, noto, tra le altre cose, anche per l’ amore per la buona tavola, ha esclamato, guardando il suo piatto preferito, i tipici fagottini di carne argentini, descritti nel libro “Buon Appetito!” Non un semplice ricettario, ma un vero scrigno di tesori per i curiosi di cose vaticane e gli amanti della buona tavola. Cosa si mangia oltre Porta s. Anna? Quali sono le pietanze più amate da Papa Francesco? Cosa mangia più volentieri, invece, il Papa Emerito Joseph Ratzinger? E il suo fido segretario, arcivescovo George Gänswein? Stiamo per fare un viaggio nei segreti culinari dei Sacri Palazzi, guidati da un ‘insider’ molto particolare Continua a leggere

Donatella Cinelli Colombini e il vino delle donne

Donatella Cinelli ColombiniE’ la signora del vino e crede da sempre nel talento delle donne. Quella guidata dall’ imprenditrice agricola Donatella Cinelli Colombini, è stata la prima cantina interamente ‘in rosa’ d’ Italia e per le donne di talento ha inventato un premio, il Casato prime donne, che ha lo stesso nome del Brunello, dedicato alle amanti del vino. “Credo nel talento delle donne, ci ho puntato sin da subito, anche rischiando, ma i risultati poi mi hanno dato ragione.” Continua a leggere